Andata, ritorno e nuova andata

Ad agosto si è aperto un nuovo capitolo della mia vita. Nuovo nuovo, per il quale ho lavorato e investito. Ero comoda e pigramente assestata in una routine di lavoro sì, ma anche di novità ed entusiasmo. Ero felice.

La mia psycho nel frattempo diceva che devo mettere giù l’agenda, che il mio eccessivo programmare non serve per calmare l’ansia, che la posso gestire in modo diverso, che la soluzione è nel mio approccio, non in quello degli altri. Io ascoltavo, ma senza veramente sapere come farne a meno.

E invece l’ho fatto. O meglio: l’hanno fatto per me.

Me l’hanno strappata, calpestata, bruciata e sparse le ceneri ai 4 venti. E ora io navigo a vista, senza guida e senza un protocollo, senza precedenti attendibili. 

E poi questo Natale è pure saltata la tradizione dell’agenda che mi regalava AB. Quindi sono ancora senza.

Terrore si può dire?

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Il cuore oltre

Ci sono strategie che adotto in modo automatico quando ho una cosa importante,  magari mischiata a cose meno, quando insomma devo ridurre il rumore al contorno per concentrarmi su “quella” cosa, per risparmiare energie. 

E allora la mia dispensa diventa la sagra del “mettere il prodotto ancora surgelato…”, i vestiti diventano monotoni, la messa in piega non esiste. 

Poi arriva la fase del cuore oltre, e allora metto la sveglia per ricordarmi di uscire prima per la palestra nei giorni dopo l’evento, o cerco i negozi per i souvenir per quando tornerò a Casa. 

E mentre faccio questo, il solito senso di colpa per la mia perdita di concentrazione. 

Ogni maledetto evento. 

Vuote giornate indaffarate

Lavoro 9 ore al giorno, ma non mi sento di fare nulla.
Nulla si chiude, nulla va avanti. Eppure giuro che arrivo a casa ridotta ad uno straccio.
Il 12 ottobre c’è l’evento che mi è capitato tra capo e collo e per il quale ho dovuto ricominciare da zero, visto che il caro collega ha pensato bene di portarsi via ogni file e traccia del lavoro svolto nell’anno.
Chiuso questo, inizierà un altro ciclo.

Nel frattempo faccio asciugatrici e studio, ché lunedì c’è compito.

Lo sgabuzzino

23/12/2015: “Nelle vacanze di natale sistemiamo un po’ la casetta”, ovverosia: sgabuzzino e bagno.
In realtà ci sarebbe molto altro, ma insomma queste erano le priorità.
Che lo sgabuzzino è un ammasso di cose che stanno su per miracolo e in bagno non ho un mobile nè un lampadario.
È domenica 10 gennaio, ore 22:35, e io non ho ancora quello stramaledetto sgabuzzino.
Non è possibile.
Sono veramente stanca.

Natalanda

Io A D O R O il natale.
Non per motivi religiosi (ridacchio ancora quando penso al mito), ma proprio per l’atmosfera, i regali da impachettare, i dolciumi, le luci, l’attesa dei regali che riceverò(che con l’architetto arriva fino a febbraio, pensate!)… Mi faccio andar bene pure il freddo e il mio cinismo passa al part time.
Peccato che quest’anno, come l’anno scorso, a casa dei miei sia peggio della striscia di Gaza: mia mamma e mia sorella sono ancora in lotta tra loro e  mia mamma ancora non si è messa via il trasloco il quell’orrida casa. Conseguentemente ora sto cercando di buttare acqua sul fuoco, ma credo che i negoziatori dell’ONU in medioriente non facciano altrettanta fatica.
Per stare in campo neutro, avrei voluto fare natale in casa nuova, invitando i miei e spignattando un po’ così, ma alla sola idea l’architetto è inorridito. Per il natale lì, non per i miei.

Non lo so. Mi stanno veramente mandando tutto in vacca.
E hanno davvero rotto le scatole.

Purtroppo non ho soldi, ma davvero farei i bagagli e me ne andrei.

Bugie

Sapete quella “quel che non ci uccide ci rende più forti”?
Ecco: è una stronzata.
Ce lo dicono per addolcire la pillola, per farci accettare quello che la mente rifiuta, per farci sopportare un dolore troppo grande per noi, per mantenerci lucidi quando non faremmo altro che vacillare.
E così facendo ci tolgono il diritto di essere arrabbiati, di odiare il mondo, di piangere la nostra paura e la nostra angoscia e la nostra solitudine di fronte al nostro pane, al nostro destino.

Mia mamma mi raccontava spesso che a una mia lontana zia, alla quale era morto un figlio, il parroco del paese aveva detto di non piangere, che dio non voleva. E lei ha ubbidito. Perdendo anche il conforto della disperazione.
Che c’entra?
C’entra.
C’entra che io ero già forte. Io ero già dura. E lo sapevo già.
E con me mille mila altre persone.

Nuove frontiere psychologiche

Dopo circa un anno di terapia, abbiamo la diagnosi: narcisita e retroflessiva.
Ora dovete sapere che non ero mica sicura che fossero le paroline giuste, e quindi ho ovviamente cercato su google. E ho scoperto che sono un caso da manuale!
Secondo me non è proprio proprio proprio corretto, nel senso che non credo si possa parlare di alleanza con mia mamma (in questo caso), quanto piuttosto di unico genitore interessato a me, tuttavia bon: se lo dice la terapista, chi sono io per confutare?

Poi pure la terapia stessa ha preso una nuova strada: ora è di coppia! Ora siamo due pazienti con sclerosi multipla e risvolti psicologici molto simili.
Che all’inizio io ero andata per i gruppi di auto-aiuto, quindi ha un suo senso Ma entriamoci pianino, che il mio vaso di pandora mica lo sento scoperchiato.

In tutto questo la vita normale continua: mercoledì 25 ho un evento e dovrò parlare di fronte ad un sacco di persone. E ho i miei attacchi di panico già da una settimana.
L’architetto ha avuto bisogno di una mano e io sono stata da lui fino a tardissimo sia mercoledì (rientro a casa ore 2.30. Di mattina), sia giovedì  (rientro a casa ore 3.30. Di mattina).
In questo preciso momento mi sto chiedendo se l’asciugatrice sia partita stanotte (e abbia quindi finito).

Buongiorno e buon lunedì.