Non te l’ho chiesto

Nel meraviglioso periodo della gravidanza, oltre alle mille mani che ti toccano la pancia, ci sono anche i mille consigli non richiesti.

Quello che odio di più è “ho i piedi gonfi”. “Perché non cammini abbastanza”. A Venezia centro storico.

Ma pure “È la pressione alta”, quando a stento la massima arriva a 100.

E poi c’è l’evergreen sul cibo: tutti, senza avere idea delle mie analisi, sanno cosa posso o non posso mangiare. T U T T I. 

Speravo di diventare più dolce, invece sto odiando la gente molto di più. 

Oltre la pancia c’è di più

Mi ritengo una persona mediamente colta, tendenzialmente con degli interessi, amante della lettura (anche se in questo frangente sto lavorando un po’ troppo e dormendo troppo poco e troppo male, e quindi mi accontento della famiglia Angela), insomma potrei parlare di diverse cose.

E invece tutti mi chiedono solo come sto, intendendo come sta Denver. 

All’inizio rispondevo parlando di me: ero lusingata e grata! Solo poche persone finora mi avevano chiesto di me medesima! 

Solo che poi l’impressione che non fosse esattamente quello che intendevano è diventata una certezza.

E allora: “Come stai?”

“Bene, un po’ stanca, ma bene, grazie! Denver si fa sentire, sai ieri aveva il singhiozzo”.

E sono tutti contenti. Non è che sei figliocentrica, ti ci fanno diventare!

Baby outsourcing 

Allora in Finlandia c’è ‘sta cosa bellissima che lo stato ti manda a casa uno starter kit per il nascituro: è una scatola zeppa di vestiti per neonati, per i primi sei mesi di vita, e altre cose che possono servire che io ora boh. Non so.

Ma non solo! Il puttino nella scatola ci può dormire! Certo nel mio caso dovrà dividerla con Emi, ma insomma: sono piccini entrambi e dovrebbero starci, e poi è importante imparare a condividere fin da subito. E poi figuratevi: Emi è una madre mille volte più esperta di me…

Si capisce che vorrei tanto quella scatola? Eh? Si capisce?

Nel caso ve lo foste chiesti: sì, la vendono on line.

Quello che non ho

Sono sostanzialmente felice, ma mi manca un pezzo. Mi sento sola, questa è la verità, perché non mi aspettavo Denver e, quando ci pensavo, mi immaginavo la gravidanza in un altro modo, in un modo più tradizionale.

L’Architetto che scordava le visite; AB che mi ripeteva quanto mostro sarebbe stato il mio piccolo mostro; la Psycho che mi aiutava a gestire l’ansia; l’amica wonder-madre che sa tutto lei; amici sparsi e ondivaghi. Era un equilibrio che amavo.

Ora vi ho rinunciato e sono orfana della mia famiglia allargata.

Sono contenta del lavoro, della crescita, delle prospettive: non tornerei mai indietro. Ma il prezzo da pagare si sta rivelando davvero alto. Non si può avere tutto, lo so, ma senza AB e l’Architetto mi sento proprio monca.

Più costicine per tutti

Lunedì abbiamo fatto la morfologica. Uso il plurale perché in fondo eravamo in tre. L’Architetto emozionato. Io allibita. Denver irritato di ‘sta cosa che gli schiacciava la sacca e lo spostava e lo obbligava a girarsi.

E niente: Denver sta bene, cresce. Anche troppo. Da un lato ha 12 costole; dall’altro 13.

25, non 24. 

Abbiamo passato il quarto d’ora successivo a questa notizia a chiedere alla dottoressa se sarebbe stato bene, se gli avrebbe dato problemi nello sviluppo, se era colpa della mia sclerosi. Tre domande. A ripetizione. Un walzer: Sì, no, no. Sì, no, no.

Sono stata con l’ansia per un po’. Poi ho scoperto che:

  • Si chiama costola fluttuante 
  • Ce l’ha il 30% della popolazione 
  • Non è nulla di che, c’è e basta
  • È più frequente in Giappone.

Quindi ho stabilito che la colpa è mia, ché lavoro troppo, e che alla fine avrò più puttino da sfamare.

Andata, ritorno e nuova andata

Ad agosto si è aperto un nuovo capitolo della mia vita. Nuovo nuovo, per il quale ho lavorato e investito. Ero comoda e pigramente assestata in una routine di lavoro sì, ma anche di novità ed entusiasmo. Ero felice.

La mia psycho nel frattempo diceva che devo mettere giù l’agenda, che il mio eccessivo programmare non serve per calmare l’ansia, che la posso gestire in modo diverso, che la soluzione è nel mio approccio, non in quello degli altri. Io ascoltavo, ma senza veramente sapere come farne a meno.

E invece l’ho fatto. O meglio: l’hanno fatto per me.

Me l’hanno strappata, calpestata, bruciata e sparse le ceneri ai 4 venti. E ora io navigo a vista, senza guida e senza un protocollo, senza precedenti attendibili. 

E poi questo Natale è pure saltata la tradizione dell’agenda che mi regalava AB. Quindi sono ancora senza.

Terrore si può dire?

Confronti e scoperte

Una ex collega, che ora lavora presso un altro ente e in un’altra città, mi ha raccontato che avrebbe avuto l’opportunità di lavorare per sei mesi presso la sede di Bruxelles del proprio ente. Erano solo sei mesi. Era una sostituzione di maternità.
Ha rifiutato.
Perché il suo fidanzato ha appena trovato lavoro in questa nuova città e perché si sposa.
E io non riuscivo a pensare ad altro che non fosse “rifiutare Bruxelles”. E le sue motivazioni mi sono sembrate così insulse e stupide.

E di nuovo dal confronto mi definisco, e capisco che io sono me e nessun altro e non entro in altri schemi.

Ovviamente le ho detto “evviva, certo hai ragione, etc”, ma qui, sola al buio, che non mi sente nessuno, posso essere sincera e me stessa e lo dico ad alta voce:
CHE GRANDE CAZZATA! CERTA GENTE NON MERITA LE OPPORTUNITÀ CHE HA!

Ecco mi sento meglio.