Quello che non ho

Sono sostanzialmente felice, ma mi manca un pezzo. Mi sento sola, questa è la verità, perché non mi aspettavo Denver e, quando ci pensavo, mi immaginavo la gravidanza in un altro modo, in un modo più tradizionale.

L’Architetto che scordava le visite; AB che mi ripeteva quanto mostro sarebbe stato il mio piccolo mostro; la Psycho che mi aiutava a gestire l’ansia; l’amica wonder-madre che sa tutto lei; amici sparsi e ondivaghi. Era un equilibrio che amavo.

Ora vi ho rinunciato e sono orfana della mia famiglia allargata.

Sono contenta del lavoro, della crescita, delle prospettive: non tornerei mai indietro. Ma il prezzo da pagare si sta rivelando davvero alto. Non si può avere tutto, lo so, ma senza AB e l’Architetto mi sento proprio monca.

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Più costicine per tutti

Lunedì abbiamo fatto la morfologica. Uso il plurale perché in fondo eravamo in tre. L’Architetto emozionato. Io allibita. Denver irritato di ‘sta cosa che gli schiacciava la sacca e lo spostava e lo obbligava a girarsi.

E niente: Denver sta bene, cresce. Anche troppo. Da un lato ha 12 costole; dall’altro 13.

25, non 24. 

Abbiamo passato il quarto d’ora successivo a questa notizia a chiedere alla dottoressa se sarebbe stato bene, se gli avrebbe dato problemi nello sviluppo, se era colpa della mia sclerosi. Tre domande. A ripetizione. Un walzer: Sì, no, no. Sì, no, no.

Sono stata con l’ansia per un po’. Poi ho scoperto che:

  • Si chiama costola fluttuante 
  • Ce l’ha il 30% della popolazione 
  • Non è nulla di che, c’è e basta
  • È più frequente in Giappone.

Quindi ho stabilito che la colpa è mia, ché lavoro troppo, e che alla fine avrò più puttino da sfamare.

Andata, ritorno e nuova andata

Ad agosto si è aperto un nuovo capitolo della mia vita. Nuovo nuovo, per il quale ho lavorato e investito. Ero comoda e pigramente assestata in una routine di lavoro sì, ma anche di novità ed entusiasmo. Ero felice.

La mia psycho nel frattempo diceva che devo mettere giù l’agenda, che il mio eccessivo programmare non serve per calmare l’ansia, che la posso gestire in modo diverso, che la soluzione è nel mio approccio, non in quello degli altri. Io ascoltavo, ma senza veramente sapere come farne a meno.

E invece l’ho fatto. O meglio: l’hanno fatto per me.

Me l’hanno strappata, calpestata, bruciata e sparse le ceneri ai 4 venti. E ora io navigo a vista, senza guida e senza un protocollo, senza precedenti attendibili. 

E poi questo Natale è pure saltata la tradizione dell’agenda che mi regalava AB. Quindi sono ancora senza.

Terrore si può dire?

Confronti e scoperte

Una ex collega, che ora lavora presso un altro ente e in un’altra città, mi ha raccontato che avrebbe avuto l’opportunità di lavorare per sei mesi presso la sede di Bruxelles del proprio ente. Erano solo sei mesi. Era una sostituzione di maternità.
Ha rifiutato.
Perché il suo fidanzato ha appena trovato lavoro in questa nuova città e perché si sposa.
E io non riuscivo a pensare ad altro che non fosse “rifiutare Bruxelles”. E le sue motivazioni mi sono sembrate così insulse e stupide.

E di nuovo dal confronto mi definisco, e capisco che io sono me e nessun altro e non entro in altri schemi.

Ovviamente le ho detto “evviva, certo hai ragione, etc”, ma qui, sola al buio, che non mi sente nessuno, posso essere sincera e me stessa e lo dico ad alta voce:
CHE GRANDE CAZZATA! CERTA GENTE NON MERITA LE OPPORTUNITÀ CHE HA!

Ecco mi sento meglio.

Tegole

Il papà dell’Architetto ha avuto un infarto. Un brutto infarto.
L’hanno preso per i capelli, ma l’hanno salvato
E ovviamente l’Architetto è rientrato.
Gli ho chiesto come stesse, come si sentisse: “Giù, in un momento bellissimo e affollatissimo di impegni cade sta tegola sulla testa”.
È esattamente la mia diagnosi. Solo un po’ più drastica.
Oggi poi in una trasmissione radio hanno parlato di esperienze di ritorno alla normalità dopo una tragedia. Non sono riuscita a seguire la trasmissione, ero emotivamente troppo esposta, ma ho riflettuto su di me.
E per me la chiave è stata il compromesso. Con me stessa, le mie forze, le mie priorità.
È stato, è ancora e sarà spesso umiliante, ma l’alternativa è molto, molto peggio.

L’ha detto anche il fisiatra.

Natalanda

Io A D O R O il natale.
Non per motivi religiosi (ridacchio ancora quando penso al mito), ma proprio per l’atmosfera, i regali da impachettare, i dolciumi, le luci, l’attesa dei regali che riceverò(che con l’architetto arriva fino a febbraio, pensate!)… Mi faccio andar bene pure il freddo e il mio cinismo passa al part time.
Peccato che quest’anno, come l’anno scorso, a casa dei miei sia peggio della striscia di Gaza: mia mamma e mia sorella sono ancora in lotta tra loro e  mia mamma ancora non si è messa via il trasloco il quell’orrida casa. Conseguentemente ora sto cercando di buttare acqua sul fuoco, ma credo che i negoziatori dell’ONU in medioriente non facciano altrettanta fatica.
Per stare in campo neutro, avrei voluto fare natale in casa nuova, invitando i miei e spignattando un po’ così, ma alla sola idea l’architetto è inorridito. Per il natale lì, non per i miei.

Non lo so. Mi stanno veramente mandando tutto in vacca.
E hanno davvero rotto le scatole.

Purtroppo non ho soldi, ma davvero farei i bagagli e me ne andrei.

Psychoeffect

È ufficiale: comincia a darmi fastidio nascondere la sclerosi multipla alla famiglia dell’Architetto.
Non è una colpa. Non è la punizione per qualcosa che ho fatto. È sfiga. E non posso farci nulla. Nulla più delle iniezioni e dei boli.
Quindi dovrei smetterla di nascondermi.
È anche vero che fin’ora dirlo alla gente non ha mai aiutato gran che e che di fatto è stato più dannoso che altro.
Non lo so.
Vincerà il fastidio o la paura?