Quot capita, tot sententiae

Alla fine non è andata: devo smettere di allattare per riprendere la terapia, nella fattispecie il copaxone.

L’ha detto il nerologo.

Lo so che è la cosa giusta da fare, che non è col latte che si crea il legame, che meglio una mamma in salute e che il mio bene è il bene di Denver. Tutto questo è molto vero, molto razionale, molto scientifico.

Ma emotivamente difficile: pensavo di essere pronta, e invece mi pesa.

A questo si aggiunga il fastidio che una neurologa mi aveva detto che avrei potuto allattare per 4 mesi e mo’ un altro, nello stesso centro, mi dice che no, meglio partire subito e quindi manco 50 giorni.

Decidetevi, che certe cose fanno proprio male.

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Febbre

Oggi ho trascinato AB (che gli altri erano pseudo-entusiasti) ad una visita agli itinerari segreti a palazzo ducale.
Bello bello bellissimo. Ma una faticaccia che avevo freddo freddo freddissimo.
In più ieri ho fatto il farmaco e ad un certo punto ho cominciato a sentirmi debole.
E per fortuna c’era AB che mi reggeva.
Comunque torno a casa, più spossata che mai, e ops: 38.4.
Non sono preoccupata, sono immunosoppressa e sono mali di stagione. Sempre che non sia il farmaco, anche se dovrebbe essere “parainfluenzale”, cioè te la senti ma non c’è…
L’unico problema è essere nelle mani dell’architetto: sopravviverò?

Nuove frontiere psychologiche

Dopo circa un anno di terapia, abbiamo la diagnosi: narcisita e retroflessiva.
Ora dovete sapere che non ero mica sicura che fossero le paroline giuste, e quindi ho ovviamente cercato su google. E ho scoperto che sono un caso da manuale!
Secondo me non è proprio proprio proprio corretto, nel senso che non credo si possa parlare di alleanza con mia mamma (in questo caso), quanto piuttosto di unico genitore interessato a me, tuttavia bon: se lo dice la terapista, chi sono io per confutare?

Poi pure la terapia stessa ha preso una nuova strada: ora è di coppia! Ora siamo due pazienti con sclerosi multipla e risvolti psicologici molto simili.
Che all’inizio io ero andata per i gruppi di auto-aiuto, quindi ha un suo senso Ma entriamoci pianino, che il mio vaso di pandora mica lo sento scoperchiato.

In tutto questo la vita normale continua: mercoledì 25 ho un evento e dovrò parlare di fronte ad un sacco di persone. E ho i miei attacchi di panico già da una settimana.
L’architetto ha avuto bisogno di una mano e io sono stata da lui fino a tardissimo sia mercoledì (rientro a casa ore 2.30. Di mattina), sia giovedì  (rientro a casa ore 3.30. Di mattina).
In questo preciso momento mi sto chiedendo se l’asciugatrice sia partita stanotte (e abbia quindi finito).

Buongiorno e buon lunedì.

L’ultimo medico

È un lui e sono 5 minuti a piedi da casa.
È sempre connesso: analisi trasmesse via mail, contatti al telefonino con sms, whatsapp… “tutti i canali sono aperti”. L’ideale per la mia ipocondria latente!
Purtroppo ha orari di ricevimento infami.
Ha un altro paziente con sclerosi, ma lui è messo maluccio “invece lei la vedo bene” (tocchiamo ferro tutti assieme!!).
Gioia, la precedente, mi manca un po’, ma la prima impressione è ottima.

Certo poi ci mettono un lampo a crollarmi sull’impaccio…

Neuroangoscia

La mia non è una Neurologa. È una NaziNeuro.
“Vieni in ospedale martedì”
“Ma veramente io devo fare un intervento in un seminario… possiamo fare mercoledì?”
“Tu vieni in ospedale quando te lo dico io”.
In ospedale: “facciamo il farmaco”
“Ma veramente io pensavo di farmi il farmaco venerdì così non ho ripercussioni sul lavoro che col weekend poi…”.

Alla fine ho spuntato il pomeriggio, ma sempre martedì (für die Katze, direbbero i tedeschi).
E però il farmaco lo faccio di venerdì.

Tiè.

Chiara visione

Non so se sia il lavoro con la psycho che sta dando i suoi frutti (io sono un po’ altalenante nei confronti della psicologia, mi sembra sempre manchi di scientificità…), ma insomma ho capito una cosa: quello che mi fa più male è che nelle difficoltà, più o meno causate o alimentate dalla sclerosi multipla, non trovo nell’Archietto una sponda, un aiuto o un supporto, ma ancora rimproveri e rimbrotti e urla.
E l’ho detto.
E forse sto cominciando veramente a stare sulle mie emozioni (ammesso che io abbia capito cosa questo voglia dire). E credo che l’architetto risponda.

Ecco: la psycho sarà fiera di me!
Voi siete fieri di me? Ditemi se siete fieri di me…. vi prego!!
(Dobbiamo lavorare ancora un po’ sull’autostima)